Dopo la malattia

.

Le scende per le braccia
ai fianchi, si diffonde
in tutte le membra quella fresca
e festosa mattutinità –
Lei avanza contro il sole,
                                      s’immerge
in quella tempra,
                          abbrivida,
ancora duro intoppo,
le sembra,
al dilagare della luce
                                finchè, ecco
le entra il mondo
nei sensi, nella conoscenza.
E’ lei che traversa quella nube
o è quella nuvola cangiante –
la vita – che la invade
e tutta la percorre?
                              chi è l’ombra
                              chi è che lo decide?
Oh niente, niente, lo sai bene, le disingue,
se non la nostra allarmata insufficienza.

*

Ti prego, non tornino.
                            Ore
di carcere in cui ero
in compagnia di me
che m’ero inviso
per nero disamore
e tu non eri e non venivi
in visita o a dimora
come immagine o come memoria
o forma di preghiera –
ore cieche, ore nere
in cui era penuria
d’aria, più ancora di colore
e non c’era nè ardore nè pittura…
Più tardi, quando da evaso
di quella prigionia
mi riversai, mi espansi
in molte simiglianze, in molte
fraternità, forse mi avevi
invaso, ma io non lo sapevo
e non potevo, altri
ero, non io, quel ricongiunto
con la fulgida agonia
del mondo e delle sfere.
Nè tu eri la stessa
della tua mancanza,
nessuno era più niente, luce,
luce regina solamente.
Così era, così sia per sempre.

 

(DOPO LA MALATTIA da “Viaggio terrestre e celeste di Simone Martini” / Mario Luzi)Graça Loureiro_607728

 

 

 

 

Dopo una cieca cattività fuori dall’amore, il delirio di risalita. Quando è invece la luce a scendere e a colmare di colori le nostre insufficienze, che pur di estremizzarsi – per paura – si svuotano anche del loro poco, imprigionandosi in agoniche memorie solitarie. Nè la luce è il duttile contrario della sua mancanza, ma destino collettivo, ben al di là delle attuali somiglianze di apparenze arbiitrarie…

(Commento di  Valerio Nardoni su La ferita nell’essere Mario Luzi)

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