Funes, la memoria in persona

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Lo ricordo (non ho il diritto di pronunciare questo verbo sacro, soltanto un uomo sulla terra ha avuto questo diritto e quell’uomo è morto) con una scura passiflora in mano, vedendola come nessuno l’ha veduta, quand’anche l’avesse guardata dal crepuscolo del giorno fino a quello della sera, per tutta un’intera vita. Lo ricordo, il volto taciturno del colore degli indigeni e singolarmente remoto, dietro la sigaretta.

(…)

Mi disse che prima di quella sera piovosa in cui il focoso alipede lo revesciò, egli era stato quello che sono tutti i cristiani: un cieco, un sordo, uno stordito, uno smemorato. Diciannove anni aveva vissuto come uno che sogna: guardava senza vedere, udiva senza sentire, dimenticava tutto, quasi tutto. Nel cadere aveva perduto conoscenza; quando la recuperò, il presente era quasi insostenibile tanto era ricco e nitido, e anche i più antichi e più comuni ricordi.

(…)

Noi, con un’occhiata, percepiamo tre bicchieri sopra un tavolo. Funes tutti i virgulti e i grappoli e i frutti di tutta una pergola. Sapeva le forme delle nubi australi dell’alba del trenta aprile del 1882 e poteva paragonarle nel ricordo con le venature di un libro rilegato in pelle che aveva guardato una volta sola e con le linee della spuma sollevata da un remo nel Rio Negro la vigilia dell’ìimpresa di Quebracho. 

 (…)

Mi disse: Ho più ricordo io solo di quanti ne abbiano avuto tutti gli uomini da che mondo è mondo. E anche: I miei sonni sono come per voi l’esser desto. E verso l’alba, disse ancora: La mia memoria, signore, è come uno smaltitoio di rifiuti.

(…)

Effettivamente Funes ricordava non soltanto ogni foglia di ogni albero di ogni monte, ma ciascuna delle volte che l’aveva veduta o immaginata.

(…)

Funes scorgeva senza interruzione i quieti progressi della corruzione, delle carie, della fatica. Osservava i procedimenti della morte, dell’umidità. Era il solitario e lucido spettatore di un mondo multiforme, istantaneo e quasi insopportabilmente esatto. (…) Gli era difficilissimo dormire. Dormire è distrarsi dal mondo; Funes supino nella brandina, nell’ombra, si raffigurava ogni crepa e ogni modanatura delle singole case che lo circondavano.

(…)

Aveva imparato senza sforzo l’inglese, il francese, il portoghese, il latino. Sospetto, tuttavia, che non fosse molto capace di pensare. Pensare è dimenticare le differenze, è generalizzare, è astrarre. Nel gremito mondo di Funes vi erano soltanto particolari quasi immediati.

(…)

Pensai che ogni mia parola (che ogni mio gesto) sarebbe durata nella sua implacabile memoria; mi trattenne il timore di moltiplicare sembianze inutili.
     Ireneo Funes morì nel 1889, di una congestione polmonare.

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(“Funes, la memoria in persona”   Jorge Luis Borges)

frammenti tratti da “Lantologia personale di BORGES”  Longanesi & C. ediz. del 1967 – traduzione di Maria Vasta Dazzi

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