Memoriale del convento

Don Giovanni, quinto del nome nella successione dei re, andrà questa notte in camera di sua moglie, donna Maria Anna Giuseppa, che è giunta da più di due anni dall’Austria per dare infanti alla corona portoghese e fino ad oggi non ce l’ha fatta a ingravidare.

[…]

(…) il mondo è felicemente pazzo dacché è nato.

[…]

(…) lui probabilmente stava a rimirare le femmine che passavano, a indovinare se erano inglesi e di facili costumi, un uomo ha bisogno di fare la sua provvista di sogni.

[…]

(…) perché occhi come questi non si sono mai visti, chiari di grigio, o verde o azzurro, che variano con la luce di fuori o con il pensiero di dentro, e a volte diventano neri notturni o bianchi brillanti come screziato carbone di pietra.

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(…) So che lo so, non so come lo so, non fare domande alle quali non posso rispondere, (…)

[…]

          Tuttavia poiché il riso abita tanto accosto alla lacrima, lo sfogo così vicino all’ansia e il sollievo tanto prossimo alla paura, trascorrendo in tal guisa la vita delle persone e delle nazioni, ecco che João Elvas racconta a Baltasar Sette-Soli, l’amena vicenda bellica della marina di Lisbona armatasi, da Belém a Xabregas, nello spazio di due giorni e di due notti, mentre contemporaneamente a terra i reggimenti e la cavalleria si mettevano in posizione di combattimento in quanto era corsa nuova che stava venendo un’armata francese a conquistarci, ipotesi in cui qualunque nobiluomo, o qualsiasi plebeo, sarebbe divenuto un Duarte Pacheco Pereira e Lisbona una nuova piazza di Diu, senonché alla fine l’armata d’invasione si era tramutata in una flottiglia di baccalà, che proprio ci mancava, come non si tardò pooi a vedere dall’appetito. E se i ministri appresero la notizia con un sorriso a mezza bocca ei soldati abbandonarono armi e cavalli con un sorriso amaro, alte e strepitose furono le sghignazzate del volgo, così alleggerito da non poche vessazioni. In fin dei conti, peggio della vergogna di aspettare il francesce e veder arrivare il baccalà, sarebbe stato far conto sul baccalà e veder arrivare il francese.
          Sette-Soli concorda, ma si immagina nella pelle dei soldati che aspettavano la battaglia, sa come batte il cuore in quei momenti, che ne sarà di me, chissà se di qui a poco sarò ancora vivo, un uomo si sublima elevandosi all’altezza della possibile morte e poi gli vengono a dire che stanno scaricando balle di baccalà alla Ribeira Nova, se i francesi vengono a sapere del quiproquo, chissà che risate si faranno alle nostre spalle. Baltasar sente quasi quasi nostalgia della guerra, ma si ricorda di Blimunda e si avventura a voler appurare di che colore sono i suoi occhi, è una guerra cui va contro la sua stessa memoria, che gli ricorda tanto un colore come un altro, anche i suoi propri occhi non riescono a decidere che colore di occhi stanno vedendo quando li hanno davanti. In questo modo si è dimenticato della nostalgia che stava per provare e risponde a (…)

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(…) non resta altro che un tenue ricordo, piccola brezza di ciò che fu vento d’orgoglio, (…)

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          Ma Giovanni V dovrà contentarsi di una femminuccia. Non si può sempre avere tutto, quante volte chiedendo questo si ottiene quello, che sta qui il mistero delle orazioni, noi le lanciamo verso il cielo con un’intenzione che è nostra, ma loro si scelgono un cammino proprio, alle volte si attardano per lasciarne passar altre che son partite dopo, e non è raro che alcune si accasino, nascendo in tal modo orazioni spurie o meticce, che non conoscono né padre né madre, che quando gli va litigano, si permano per la strada a discutere le loro contraddizioni, ed è perciò che si è chiesto un maschietto ed è venuta una femminuccia, sana e robusta se Dio vuole, e di buoni polmoni, come si arguisce dagli strilli.

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          Essendo così scarsi i loro averi, un viaggio è bastato per trasportare, sulla testa di Blimunda e sulle spalle di Baltasar, il fagotto e il fardello a cui tutto si è ridotto. Hanno riposato qui e là per strada, silenziosi, né avevano di che dire, se perfino una parola è di troppo quando è la vita che sta cambiando, molto di più che se siamo noi che cambiamo in essa. Quanto alla leggerezza del fardello, così dovrebbe essere ogni volta che uomo e donna portano con sé ciò che hanno, e che ciascuno di loro si porti dentro lìaltro, per non dover ritornare sui loro passi, è sempre tempo perduto e basta.

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          Dovrebbe bastar qusto, dire di uno come si chiama e aspettare il resto per sapere chi è, se mai lo sapremo, poiché essere non significa essere stato, essere stato son significa sarà, (…)

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          Quando Baltasar entra in casa, sente il parlottare che viene dalla cucina, è la voce della madre, la voce di Blimunda, ora l’una, ora l’altra, appena si conoscono e hanno tanto da dire, è la grande, interminabile conversazione delle donne, sembra cosa da niente, questo pensano gli uomini, neppure loro immaginano che è questa conversazione che trattiene il mondo nella sua orbita, se non ci fossero le donne che si parlano tra loro, gli uomini avrebbero già perso il senso della casa e del pianeta, (…)

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          Oltre alla conversazione delle donne sono i sogni che trattengono il mondo nella sua orbita. Ma sono ancora i sogni che gli fanno una corona di lune, per questo il cielo  è lo splendore che c’è dentro la testa degli uomini, a meno che non sia la testa degli uomini il vero e unico cielo.

[…]

Sappiamo già che di questi due si amano le anime, i corpi e le volontà, però mentre sono coricati assistono le volontà e le anime al piacere dei corpi, o forse vi si attaccano di più per prender parte al piacere, è difficile sapere che parte ci sia in ogni parte, se ci sta perdendo o guadagnando l’anima quando Blimunda alza le gonne e Baltasar slaccia le braghe, se ci sta guadagnando o perdendo la volontà quando entrambi sospirano e gemono, se il corpo è vincitore o vinto quando Baltasar riposa in Blimunda e lei fa riposare lui, riposandosi entrambi. Questo è il miglior odore del mondo, quello della paglia smossa, dei corpi sotto la coperta, l’odore del freddo che entra attraverso le fessure de pagliaio, forse l’odore della luna, tutti sanno che la notte ha un altro odore con il chiardiluna, (…)

[…]

(…), gli correvano le mani sulla tastiera come una barca infiorata sulla corrente, trattenuta qua e là dai rami che dalle sponde si inclinano, ora velocissima, poi ondeggiando sulle acque dilatate di un lago profondo, (…)

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(…), è un difetto comune degli uomini, di dire più facilmente quello che credono che gli altri vogliono sentire piuttosto che attenersi alla verità, Tuttavia,  perché gli uomini possano attenersi alla verità, dovranno prima conoscere gli errori, E commetterli, Non saprei rispondere alla domanda con un semplice sì o un semplice no, ma credo nella necessità dell’errore.

[…]

(…), ma in questo modo l’uomo non è libero di credere di abbracciare la verità e di trovarsi avvinto nell’errore, (…)

[…]

          Ciascuno cerca, per la propria strada, la grazia, quale cosa essa sia, un semplice paesaggio con un po’ di cielo sopra, un’ora al giorno o della notte, due alberi, un mormorio, senza che sappiamo se ocn ciò si chiude il cammino o se finalmente esso si apre, e verso dove, verso un altro paesaggio, o ora, o albero, o mormorio, (…)

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(…) benedetta sia tu, notte, che copri e proteggi il bello e il brutto con la medesima indifferente cappa, notte antichissima e identica, vieni.

[…]

          Dicono che il regno è malgovernato, che non c’è giustizia e non si accorgono che la giustizia c’è come deve esservi, con la sua benda sugli occhi, la sua bilancia e la sua spada, che altro vorremmo, ci mancherebbe proprio che fossimo noi i tessitori della fascia, i verificatori dei pesi, gli armigeri del taglio, costantemente intenti a rammendare i buchi, ad aggiustare le cadute, a rifare il filo alla spada e infine a chiedere al giustiziato se è contento della giustizia che si si fa, vinta o persa che sia la causa.

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          Non chiediamo mai se ci può essere giudizio nella follia, ma diciamo pure che di matto ne abbiamo tutti una punta.

[…]

(…) se non ci fosse tristezza né miseria, se ovunque scorressero acque sulle pietre, se cantassero gli uccelli, la vita potrebbe essere solo starsene seduti in mezzo all’erba, tenere in mano una margherita senza strapparle i petali, perché le risposte si conoscono già, oppure sono così poco importanti che scoprirle non vale la vita di un fiore.

[…]

Si fa sera, non c’è vento, né brezza, né alito, la pelle sente il sospiro dell’aria come un’altra pelle, non c’è alcuna differenza tra Baltasar e il mondo, tra il mondo e Blimunda che differenza potrebbe esserci.

[…]

(…) e quanto più si prolungherà la tua vita, tanto più vedrai che il mondo è come una grande ombra che passa dentro al nostro cuore, per questo il mondo diventa vuoto e il cuore non resiste.

[…]

(…) sono come i falò, passa la gran fiammata, rimangono le ceneri, finisce l’esaltazione, rimane la malinconia.

[…]

          Il tempo, a volte, sembra che non passi, è come una rondine che fa il nido sulla grondaia, esce ed entra, va e viene, ma sempre sotto i nostri occhi, potremo pensare, noi e lei, di potercene rimanere così per l’eternità, o almeno per mezza eternità, che già non sarebbe male. Ma, d’improvviso, c’era e non c’è più, l’ho vista proprio ora, dov’è andata a finire, e se abbiamo a portata di mano uno specchio, Gesù com’è passato il tempo, come sono invecchiato, ancora ieri ero il fiore del rione, e oggi niente più rione né fiore.

[…]

          E’ quel che sento dentro di me, Cosa senti tu dentro di te, Che nessuno si salva, che nessuno si perde, E’ peccato pensare così, Il peccato non esiste, c’è solo la morte e la vita, La vita è prima della morte, Ti sbagli Baltasar, la morte viene prima della vita, è morto chi siamo stati, nasce chi siamo, è per ciò che non moriamo per sempre, E quando andiamo sotto terra, e quando Francisco Marques resta schiacciato sotto il carro della pietra, non è forse questa morte senza rimedio, Se parliamo di lui, Francisco Marques nasce, Ma lui non lo sa, Proprio come noi non sappiamo abbastanza chi siamo, eppure siamo vivi.

[…]

Allora Blimunda disse, Vieni. Si distaccò la volontà di Baltasaar Sette-Soli, ma non salì alle stelle, se alla terra apparteneva e a Blimunda.

“Memoriale del convento” José Saramago – Feltrinelli 
traduzione: Rita Desti e Carmen M. Radulet

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