Il libro dell’inquietudine (II)

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27 (59)                                 Temporale
     Quest’aria bassa di nuvole ferme. L’azzurro del cielo sporco di un bianco traslucido. (…)
     Un silenzio freddo. I rumori della strada come se fossero tagliati col coltello. Si è avvertita a lungo, come un malessere di tutto, una cosmica sospensione del respiro. Si era fermato l’intero universo. Attimi, attimi, attimi. Le tenebre si sono carbonizzate di silenzio.
(…)

28 (40)

     Con voce dolcissima cantava una canzone di un paese lontano. La musica rendeva familiari le parole incomprensibili. Sembrava un fado per l’anima ma non gli assomigliava affatto.
     La canzone diceva, attraverso le parole velate e la malinconia umana, cose che sono dentro ciascuno di noi e che nessuno conosce. L’uomo cantava immerso in una specie di torpore, ignorando con lo sguardo gli ascoltatori, in una piccola estasi da trivio.
(…)

50 (105)
(…)  Soltanto le razze che portano i vestiti capiscono la bellezza di un corpo nudo. Il pudore vale soprattutto per la sensualità, così come l’ostacolo per l’energia. L’artificialità è un modo di assaporare la naturalità. Ciò che ho assaporato di questi vasti campi, l’ho assaporato perché non vivo qui. Colui che non è mai vissuto in costrizione non capisce la libertà. La civiltà è l’educazione della natura. L’artificialità è la strada per un avvicinamento al naturale. Eppure non bisogna mai confondere l’artificiale col naturale. La naturalità dell’animo umano superiore consiste nell’armonia fra il naturale e l’artificiale.

51 (106) – 15.5.1930
     Un breve scorcio di campagna, al di là di un muro di periferia, mi libera più completamente di quanto un intero viaggio non libererebbe un’altra persona. Ogni punto della visuale è l’apice di una piramide rovesciata la cui base è indeterminabile.

52 (39)                          Alzata di spalle
          Di solito attribuiamo alla nostra idea dell’ignoto il colore delle nostri nozioni del noto.  Se la morte la definiamo un sonno, è perché essa ci sembra un sonno dal di fuori; se chiamiamo la morte una nuova vita è perché ci sembra una cosa diversa dalla vita. Attraverso piccoli malintesi nei confronti del reale noi costruiamo le fedi e le speranze, e così ci nutriamo di croste che chiamiamo dolci, come i bambini poveri che giocano ad essere felici.
     Ma così è la vita; o almeno è così quel particolare sistema di vita che di norma è definito civiltà. La civiltà consiste nel dare a qualcosa un nome che non è il suo, e poi sognare sul risultato. E in verità il nome falso e il sogno vero creano una nuova realtà. L’oggetto diventa veramente altro, perché noi l’abbiamo reso altro. Fabbrichiamo realtà. La materia prima è ancora la stessa ma la forma che l’arte le conferisce la allontana da se stessa. Un tavolo di pino è legno di pino, ma è anche tavolo. Ci sediamo al tavolo e non al pino. Un amore è un istinto sessuale, però non amiamo con l’istinto sessuale, ma presupponendo un altro sentimento. E quella supposizione è ormai, in effetti, un altro sentimento.
(…)

55 (85)
 (…)
     Agire, ecco la vera intelligenza. Sarò quel che vorrò essere. Ma devo volere ciò che sarà. L’esito è nell’avere esito, e non nell’avere condizioni di esito. Dappertutto, in ogni vasta terra, esistono condizioni palazzesche. Ma dove sarà il palazzo se non viene costruito? 

60 (186)  – 13.6.1930
     Vivo sempre nel presente. Non conosco il futuro. Non ho più il passato. L’uno mi pesa come la possibilità di tutto, l’altro come la realtà di nulla. Non ho speranze né nostalgie. Conoscendo ciò che è stata la mia vita fino a oggi (tante volte e per tanti versi l’opposto di come avrei voluto), cosa posso presumere della mia vita di domani se non che sarà ciò che non presumo, ciò che non voglio, ciò che mi succede dal di fuori, perfino attraverso la mia volontà? Non c’è niente nel mio passato che mi faccia ricordare una cosa con il desiderio inutile di avere di nuovo quella cosa. Non sono mai stato altro che un residuo e un simulacro di me stesso. Il mio passato è ciò che non sono riuscito ad essere. Non ho nostalgia nemmeno delle sensazioni di momenti passati: quello che sentiamo esige il suo momento; quando il momento è passato si volta pagina, la storia continua ma non continua il testo.
     Breve ombra scura di un albero cittadino, lieve rumore di acqua che cade nella fontana triste, verde dell’erba regolare (giardino pubblico sul far del crepuscolo): voi siete per me, in questo momento, l’universo intero, perché siete il contenuto pieno della mia sensazione cosciente. dalla vita non voglio altro che sentirla perdersi in queste sere impreviste, al suono di questi bambini estranei che giocano in questi giardini sbarrati dalla malinconia delle strade che li circondano, e incorniciati, oltre che dai rami alti degli alberi, dal vecchio cielo dove le stelle ricominciano.

Livro do Desassossego por Bernardo Soares

 

 

“Il libro dell’inquietudine di Bernardo Soares” Fernando Pessoa
  Feltrinelli Editore
traduzione: Maria José De Lancastre e Antonio Tabucchi

 (CONTINUA da QUI)

2 Risposte to “Il libro dell’inquietudine (II)”

  1. […] Il libro dell’inquietudine (II) « ( Frammenti di Versi ) Dice: 9 maggio 2011 a 06:55 […]

  2. “Dove le stelle ricominciano” , direi struggente …

    e prima “Attraverso piccoli malintesi nei confronti del reale noi costruiamo le fedi e le speranze, e così ci nutriamo di croste che chiamiamo dolci, come i bambini poveri che giocano ad essere felici.” , ecco si la vita è un malinteso e quando è così non si può che mal-rispondere -:)

    al diavolo l’ottimismo della volontà dell’ “agire ecco la vera intelligenza” .

    ciao

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