Archive for the Luzi Category

Il pensiero fluttuante della felicità

Posted in Luzi with tags on 13 ottobre 2009 by FrammentAria

I

«Dammi tu il mio sorso di felicità prima che sia tardi»
implora, in tutto simile alla mia, una voce bassa
e fervida lungo i dedali del risveglio risonando.
– Da dove risale, a chi si volge –
mi chiedo io tra il sonno non sapendo altro di lei
se non oscuramente che un dolore antico quanto l’uomo l’incalza  e l’accompagna
e avverto intanto la notte nel suo ultimo,
più frenetico balzo verso l’alba – il nuovo enigma –  inghiottirla.
– Se mai qualcuno le risponderà –
mi dico dibattendomi,
segmento di lucertola,
nel terriccio bruciato da quella folgore spessa.
E vedo di lì a poco, mentre un po’ dormo e un po’ penso,
un’acqua meravigliosa raccogliersi
in due mani fini e trepide, serrate
nella loro giumella un po’ infantile, un’acqua azzurra, mi sembra,
giù dalle fenditure di un’antica roccia dolorosa stillando.
– A meno non sia parte dell’inganno –
insinua e si rifiuta di pensarlo
la mente tra sogno e veglia oscillando ebbra. […]

II

[…] Il carnevale senza follia sul lungomare
a misura di lei che invero non perde
divertita e quieta questi avari bagordi.
«Maschere di maschere » tutt’al più commenta
mentre segue con occhi pieni di riserva
la lunga bambocciata allontanarsi
barcollando in una nube di fosforo.
«Maschere di maschere» contesta
ma bonaria, con i suoi anni morti di fascismo
e d’altro, gli scherzi della sorte
non troppo male accolti,
la sua bellezza goduta senza rimpianto.

Una luce salina incendia i coriandoli,
i Presidenti, i cantautori, le dive.
Il pomeriggio fuori tempo resta sospeso
sul mare, un mare lavorato fino di scalpello
del vento, un mare più pensato che certo.
E sempre quel sorriso di donna smessa indulgente col mondo.

*

Non la pausa o l’omissione del male
ch’è altra cosa, buona, non lo nego,
ma debole, senza fuoco o mordente –
Così mi dico, e penso al letargo
della tartana sulla distesa d’olio
caduta la forza otto del mare e il vento.
Non questo ma il soprassalto di letizia
che ti coglie a tradimento nè più nè meno di un lutto,
magari in marcia, nella coda piovosa del ritorno, a un rosso,
oppure in anticamera quando
colui che ti precede
suda freddo freddo di là dalla porta sotto i visor e smania.
«Stavo all’erta, avevo
qualcosa da dirti» canta all’improvviso
una fibra di lucentezza
riposta dio sa dove, nell’essere più abbietto
o più liso a ricordarlo, ti apostrofa
da un capo all’altro dell’annosa fossa.
Ed è che il mondo per inattesa grazia
ti parla dei suoi seppellimenti e dei suoi parti,
ti svela il suo costrutto nei suoi boia e nelle sue vittime,
vive nei suoi animali e nei suoi ciottoli,
nelle sue opere di scienza e d’arte efficaci o logore
in te e di te che ne sei parte dal cominciamento e giudice.
«Non è d’amore che mi stai parlando?»
mi chiede la mia anima non anima. «Conosco,
conosco da sempre». E non dà peso a ciò che le rispondo
sulla felicità che non sia questo, questo soltanto. […]

V

Finchè una luce senza margini d’ombra
illumina l’oscurità del tempo,
risale ad uno ad uno i suoi tornanti
e m’accorgo di te entrata nella mia vita
neppure mi chiedo da che parte e quando
e se lo sei o se invece non sei sorta
su dalla sua profondità di notte in notte affiorando.
– Che farà qui – mi dico mentre splendi
e sorridi un sorriso anche mio – forse
veglia su di me. Forse affina da sedmpre il mio pensiero
occupato da troppe parvenze o monco –
e ti guardo come sei, già nota
sebbene mai prima d’ora veduta
e stupisco che l’amore abbia questo volto interno.

Eh, il punto oltre di me, eppure ancora in mio potere
dove vibrano intatte
parole come queste di salmista o, chi sa, di amante –
la foresta marina, il corallo. […]

VI

Potrebbe non esistere – penso. Essere
un gioco della mente soltanto –
e la guardo mentre sorride
un sorriso interno – a che cosa mi domando,
alla luce del giorno filtrata nella stanza
o a quella senza tempo preciso della mia conoscenza –
e neppure vedendo lei, ma il lampo
di reciprocità che lo cambia.

– Sono sempre stata qui, da quando? – mi rispondono
tra un battito e l’altro di ciglia i suoi occhi limpidi
offrendo una certezza oscura più del dubbio e insieme interrogando.
E io penso a un’età passata di mente
vissuta con il cuore ad altro e senza avvedermene
con lei accanto invisibile come il tempo. 
[…]

VII

A volte si tocca il punto fermo e impensabile
dove nulla è più diviso,
nè morte da vita
nè innocenza da colpa,
e dove anche il dolore è gioia piena.
Sono cose, queste, che si dicono per noi soltanto.
Altri ne riderebbero.
Ma dire si devono. Le annoto
per te chele sai bene e per testimonianza dell’amore eterno…

Qui il filo si spezza.
Non cedimento dell’anima, solo stanchezza dello scriba –
mi dico – o ne mormora una voce
lontana da sotto i rimasugli, lingue ultime schioccanti, di ghetto in fiamme.
Stanchezza di lui guardato a vista con papiri e carte
dal suo sosia l’ardente matematico
seduto nello scranno accanto in penombra
o da altri, anche più impenetrabili, dalla faccia di quisling.
Conosco quei testimoni e giudici. Quei giustizieri. Prevarranno?
Non prevarranno – mi dice la mia anima fatta anima.

(IL PENSIERO FLUTTUANTE DELLA FELICITA’ da “Su fondamenti invisibili”  Mario Luzi)Monica Iorio_bluBelt.rid
 

 

 

Sul ciglio del sentiero del risveglio che si restringe, si fa precipizio per il salto nella giornata, istanti aggrappati con ebbra vitalità all’impenso del più libero e morbido spazio notturno. Tra l’orizzonte sconosciuto dell’oscurità e l’instabile evidenza della luce, filtra il liquido d’una dimensione sfuggente sul doppio versante della coscienza. Che è sapere la morte ma anche credere che essa non vincerà, perchè l’esistenza è riprodotta totalmente anche dalla sua minima vibrazione, nuova e consapevole prova del proprio perenne resistere. Ed è assurdo e miracoloso come un fiore sfuggito alla morsa del freddo, come un imperituro profumo di diamante: su fondamenti invisibili la poesia tende le mani alla rarefazione della logica e sopprime l’avanti o indietro nel tempo, il vero o il creduto tale o il mistero… e si espande. Il pensiero si fa nuvola di coriandoli che tremendamente resta sospesa sul divieto d’una fossa, e d’una croce, perchè è lì dove l’amore trova ogni ragione di permanenza. Non è memoria il persistere degli affetti sull’irreparabile, è vita, oltre la vita stessa, è testimonianza superiore a tutte le prove contrarie, e a qualunque tentativo di imporre una fine che non può essere, che non c’è stata. Non è luce improvvisa sul buio, non è un’ideale luce perfetta senz’ombra, è anima che infrange la giustizia della conoscenza, il ghetto della parola, e la eleva a reciprocità.

(Commento di  Valerio Nardoni su La ferita nell’essere Mario Luzi)

Senior

Posted in Luzi with tags on 12 ottobre 2009 by FrammentAria

.

                  Ai vecchi
tutto è troppo.
Una lacrima nella fenditura
della roccia può vincere
la sete quando è così scarsa. Fine
e vigilia della fine chiedono
poco, parlano basso.
Ma noi, nel pieno dell’età,
nella fornace dei tempi, noi? Pensaci.

(SENIOR da “Dal fondo delle campagne” Mario Luzi)ChristineEllger

 

 

 


Ogni cosa della vita è costantemente erosa dalla sua stessa vanicità, ogni voce defluisce appena nata in un silenzio inappellabile. Ma il magma del sacrificio non si spegne sotto lacrime invissute nell’attesa d’un rimorso prevedibile e d’una diminuzione necessaria: l’uomo compia il suo pensiero secondo le misure del possibile, anche esiguo, tanto il nulla se vorrà si giustificherà da sè, e si avvicina senza ansie né eccessi.

(Commento di  Valerio Nardoni su La ferita nell’essere Mario Luzi)

Colpi

Posted in Luzi with tags on 12 ottobre 2009 by FrammentAria

.

La potatura d’alberi rintocca
colpo su colpo di pennato. Il freddo
fa rilucere i tagli ancora vivi.

Tempo che l’uomo in là con gli anni dice:
sono com’ero in compagnia del fuoco
che avviva e rode la sostanza, veglio

su quel che brucia e quel ch’è fatto cenere,
tengo fede ai pensieri d’una volta.
Pure non è gran cosa, è men che poco.

Anni, ancora, che quanto viene offerto
sotto la specie del dolore
tarda a farsi vita vera.

Per anni e anni
la vita segue la vita
con la fedeltà che ha l’ombra.

mentre scorre il fiume,
mentre il filo d’erba trema
tra pala e pala della falciatrice

e l’uomo appena uscito dalla prova
integro o privato del suo bene
solleva il capo fino al nuovo colpo.

(COLPI da “Dal fondo delle campagne” Mario Luzi)

 andrea lorenzetti 20570-fullsize

 

 

 

Dal fondo della campagna, un suono operoso scandisce il tempo ovattato d’un violento attaccamento alla terra, che tarda a conciliarsi con senso d’una vita, forse neanche provata, né, chissà, provocata. S’interpone, tra colpo e colpo, un pensiero denso quanto un anno, anni, rintoccano e scorrono esistenze intere non più vaste d’un bosco fatto cenere, non più luminose, nel fuoco che si estingue, d’un ultimo tremito d’ombra. Che pure non è poco.

(Commento di  Valerio Nardoni su La ferita nell’essere Mario Luzi)

La notte lava la mente

Posted in Luzi with tags on 12 ottobre 2009 by FrammentAria

.

La notte lava la mente.

Poco dopo si è qui come sai bene,
fila d’anime lungo la cornice,
chi pronto al balzo, chi quasi in catene.

Qualcuno sulla pagina del mare
traccia un segno di vita, figge un punto.
Raramente qualche gabbiano appare.

(LA NOTTE LAVA LA MENTE  da “Onore del vero” Mario Luzi)

VernonTrent_14228-fullsize

Dopo la malattia

Posted in Luzi with tags on 12 ottobre 2009 by FrammentAria

.

Le scende per le braccia
ai fianchi, si diffonde
in tutte le membra quella fresca
e festosa mattutinità –
Lei avanza contro il sole,
                                      s’immerge
in quella tempra,
                          abbrivida,
ancora duro intoppo,
le sembra,
al dilagare della luce
                                finchè, ecco
le entra il mondo
nei sensi, nella conoscenza.
E’ lei che traversa quella nube
o è quella nuvola cangiante –
la vita – che la invade
e tutta la percorre?
                              chi è l’ombra
                              chi è che lo decide?
Oh niente, niente, lo sai bene, le disingue,
se non la nostra allarmata insufficienza.

*

Ti prego, non tornino.
                            Ore
di carcere in cui ero
in compagnia di me
che m’ero inviso
per nero disamore
e tu non eri e non venivi
in visita o a dimora
come immagine o come memoria
o forma di preghiera –
ore cieche, ore nere
in cui era penuria
d’aria, più ancora di colore
e non c’era nè ardore nè pittura…
Più tardi, quando da evaso
di quella prigionia
mi riversai, mi espansi
in molte simiglianze, in molte
fraternità, forse mi avevi
invaso, ma io non lo sapevo
e non potevo, altri
ero, non io, quel ricongiunto
con la fulgida agonia
del mondo e delle sfere.
Nè tu eri la stessa
della tua mancanza,
nessuno era più niente, luce,
luce regina solamente.
Così era, così sia per sempre.

 

(DOPO LA MALATTIA da “Viaggio terrestre e celeste di Simone Martini” / Mario Luzi)Graça Loureiro_607728

 

 

 

 

Dopo una cieca cattività fuori dall’amore, il delirio di risalita. Quando è invece la luce a scendere e a colmare di colori le nostre insufficienze, che pur di estremizzarsi – per paura – si svuotano anche del loro poco, imprigionandosi in agoniche memorie solitarie. Nè la luce è il duttile contrario della sua mancanza, ma destino collettivo, ben al di là delle attuali somiglianze di apparenze arbiitrarie…

(Commento di  Valerio Nardoni su La ferita nell’essere Mario Luzi)