Archive for the frammenti diversi Category

Il libro dell’inquietudine (II)

Posted in Pessoa with tags on 9 maggio 2011 by FrammentAria

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27 (59)                                 Temporale
     Quest’aria bassa di nuvole ferme. L’azzurro del cielo sporco di un bianco traslucido. (…)
     Un silenzio freddo. I rumori della strada come se fossero tagliati col coltello. Si è avvertita a lungo, come un malessere di tutto, una cosmica sospensione del respiro. Si era fermato l’intero universo. Attimi, attimi, attimi. Le tenebre si sono carbonizzate di silenzio.
(…)

28 (40)

     Con voce dolcissima cantava una canzone di un paese lontano. La musica rendeva familiari le parole incomprensibili. Sembrava un fado per l’anima ma non gli assomigliava affatto.
     La canzone diceva, attraverso le parole velate e la malinconia umana, cose che sono dentro ciascuno di noi e che nessuno conosce. L’uomo cantava immerso in una specie di torpore, ignorando con lo sguardo gli ascoltatori, in una piccola estasi da trivio.
(…)

50 (105)
(…)  Soltanto le razze che portano i vestiti capiscono la bellezza di un corpo nudo. Il pudore vale soprattutto per la sensualità, così come l’ostacolo per l’energia. L’artificialità è un modo di assaporare la naturalità. Ciò che ho assaporato di questi vasti campi, l’ho assaporato perché non vivo qui. Colui che non è mai vissuto in costrizione non capisce la libertà. La civiltà è l’educazione della natura. L’artificialità è la strada per un avvicinamento al naturale. Eppure non bisogna mai confondere l’artificiale col naturale. La naturalità dell’animo umano superiore consiste nell’armonia fra il naturale e l’artificiale.

51 (106) – 15.5.1930
     Un breve scorcio di campagna, al di là di un muro di periferia, mi libera più completamente di quanto un intero viaggio non libererebbe un’altra persona. Ogni punto della visuale è l’apice di una piramide rovesciata la cui base è indeterminabile.

52 (39)                          Alzata di spalle
          Di solito attribuiamo alla nostra idea dell’ignoto il colore delle nostri nozioni del noto.  Se la morte la definiamo un sonno, è perché essa ci sembra un sonno dal di fuori; se chiamiamo la morte una nuova vita è perché ci sembra una cosa diversa dalla vita. Attraverso piccoli malintesi nei confronti del reale noi costruiamo le fedi e le speranze, e così ci nutriamo di croste che chiamiamo dolci, come i bambini poveri che giocano ad essere felici.
     Ma così è la vita; o almeno è così quel particolare sistema di vita che di norma è definito civiltà. La civiltà consiste nel dare a qualcosa un nome che non è il suo, e poi sognare sul risultato. E in verità il nome falso e il sogno vero creano una nuova realtà. L’oggetto diventa veramente altro, perché noi l’abbiamo reso altro. Fabbrichiamo realtà. La materia prima è ancora la stessa ma la forma che l’arte le conferisce la allontana da se stessa. Un tavolo di pino è legno di pino, ma è anche tavolo. Ci sediamo al tavolo e non al pino. Un amore è un istinto sessuale, però non amiamo con l’istinto sessuale, ma presupponendo un altro sentimento. E quella supposizione è ormai, in effetti, un altro sentimento.
(…)

55 (85)
 (…)
     Agire, ecco la vera intelligenza. Sarò quel che vorrò essere. Ma devo volere ciò che sarà. L’esito è nell’avere esito, e non nell’avere condizioni di esito. Dappertutto, in ogni vasta terra, esistono condizioni palazzesche. Ma dove sarà il palazzo se non viene costruito? 

60 (186)  – 13.6.1930
     Vivo sempre nel presente. Non conosco il futuro. Non ho più il passato. L’uno mi pesa come la possibilità di tutto, l’altro come la realtà di nulla. Non ho speranze né nostalgie. Conoscendo ciò che è stata la mia vita fino a oggi (tante volte e per tanti versi l’opposto di come avrei voluto), cosa posso presumere della mia vita di domani se non che sarà ciò che non presumo, ciò che non voglio, ciò che mi succede dal di fuori, perfino attraverso la mia volontà? Non c’è niente nel mio passato che mi faccia ricordare una cosa con il desiderio inutile di avere di nuovo quella cosa. Non sono mai stato altro che un residuo e un simulacro di me stesso. Il mio passato è ciò che non sono riuscito ad essere. Non ho nostalgia nemmeno delle sensazioni di momenti passati: quello che sentiamo esige il suo momento; quando il momento è passato si volta pagina, la storia continua ma non continua il testo.
     Breve ombra scura di un albero cittadino, lieve rumore di acqua che cade nella fontana triste, verde dell’erba regolare (giardino pubblico sul far del crepuscolo): voi siete per me, in questo momento, l’universo intero, perché siete il contenuto pieno della mia sensazione cosciente. dalla vita non voglio altro che sentirla perdersi in queste sere impreviste, al suono di questi bambini estranei che giocano in questi giardini sbarrati dalla malinconia delle strade che li circondano, e incorniciati, oltre che dai rami alti degli alberi, dal vecchio cielo dove le stelle ricominciano.

Livro do Desassossego por Bernardo Soares

 

 

“Il libro dell’inquietudine di Bernardo Soares” Fernando Pessoa
  Feltrinelli Editore
traduzione: Maria José De Lancastre e Antonio Tabucchi

 (CONTINUA da QUI)

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cecità

Posted in Saramago with tags on 24 febbraio 2011 by FrammentAria

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     Il disco giallo si illuminò. Due delle automobili in testa accelerarono prima che apparisse il rosso. Nel segnale pedonale comparve la sagoma dell’omino verde. La gente in attesa cominciò ad attraversare la strada camminando sulle strisce bianche dipinte sul nero dell’asfalto, non c’è niente che assomigli meno a una zebra, eppure le chiamano così.

[…]

La coscienza morale, che tanti dissennati hanno offeso e molti di più rinnegato, esiste ed esisterà sempre (…)Con l’andar del tempo, più le attività di convivenza e gli scambi genetici, abbiamo finito col ficcare la coscienza nel colore del sangue e nel sale delle lacrime, e, come se non bastasse, degli occhi abbiamo fatto una sorta di specchi rivolti all’interno, con il risultato che, spesso, ci mostrano senza riserva ciò che stavamo cercando di negare con la bocca.

[…]

 (..)La virtù trova sempre degli scogli nel durissimo cammino della perfezione, ma il peccato e il vizio sono spesso favoriti dalla fortuna (…)

[…]

La colpa è mia, piangeva, ed era vero, non si poteva negare,
ma è pur certo che se prima di ogni nostro atto ci mettessimo
a prevederne tutte le conseguenze, a considerarle seriamente,
 anzitutto quelle immediate, poi le probabili, poi le possibili,
poi le immaginabili, non arriverremmo neanche a muoverci
dal punto in cui ci avrebbe fatto fermare il primo pensiero.
I buoni e i cattivi risultati delle nostre parole e delle nostre
azioni si vanno distribuendo, presumibilmente in modo
alquanto uniforme ed equilibrato, in tutti i giorni del futuro,
compresi quelli, infiniti, in cui non saremo più qui
per poterlo confermare, per congratularci o chiedere perdono. 

[…]

(…) il guaio è se capita come al tradizionale cavallo, che morì quando finalmente aveva perso l’abitudine di mangiare, disse qualcuno. Gli altri sorrisero fiaccamente, e uno disse, Non sarebbe una cattiva idea, se è vero che il cavallo, quando muore, non sa che morirà.

[…]

A casa della vicina sono andata e mi sono vergognata, nella mia sono tornata e mi sono rimediata.

[…]

“(…) Per il momento siamo ancora vivi , (…) ma penso che siamo già morti, siamo ciechi perché siamo morti, oppure se preferisci che te lo dica diversamente siamo morti perché siamo ciechi, il risultato è lo stesso…”

[…]

L’unico miracolo che possiamo fare sarà quello di continuare a vivere, difendere la fragilità della vita giorno per giorno, come se fosse lei la cieca, e non sapesse dove andare, e forse è proprio così, forse la vita non lo sa davvero, si è abbandonata nelle nostre mani dopo averci reso intelligenti, e noi l’abbiamo portata a questo.

[…]

“(..)Secondo me non siamo diventati ciechi, secondo me lo siamo. Ciechi che vedono. Ciechi che, pur vedendo, non vedono.”

          La moglie del medico si alzò e andò alla finestra. Guardò giù, guardò la strada coperta di spazzatura, guardò le persone che gridavano e cantavano. Poi alzò il capo verso il cielo e vide tutto bianco. E’ arrivato il mio turno, pensò. La paura le fece abbassare immediatamente gli occhi.
La città era ancora lì.

“Cecità”    José Saramago
Einaudi Editore
Traduzione: Rista Desti

Essere senza destino

Posted in Kertész with tags on 31 gennaio 2011 by FrammentAria

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          Oggi non sono andato a scuola. O meglio, ci sono andato, ma solo per farmi esonerare dal nostro professore. Gli ho portato la lettera di mio padre, in cui richiede il mio esonero per “motivi familiari”. Il professore ha chiesto quali fossero questi motivi familiari: Io gli ho risposto che mio padre è stato chiamato al periodo di lavoro obbligatorio; a quel punto lui non ha più fatto obiezioni.

(…)

Ma la mia occupazione preferita consisteva nell’immaginare e ripetermi continuamente un’intera giornata a casa, senza lacune, se possibile dal mattino fino alla sera e di farlo limitandomi comunque a fatti modesti. Perché mi sarebbe costata troppa fatica immaginare una giornata eccezionale, magari addirittura la giornata ideale – e così immaginavo semplicemente una giornata brutta, la sveglia al mattino presto, la scuola, l’imbarazzo, il pranzo cattivo, e qui nel campo di concentramento realizzavo tutte le innumerevoli opportunità che non avevo saputo cogliere, che avevo rifiutato o magari nemmeno notato, e le realizzavo, oserei dire, il più compiutamente possibile. Ne avevo gia sentito parlare e adesso potevo testimoniarlo io stesso: davvero, neppure i muri  opprimenti di una prigione possono frenare il volo dell’immaginazione. Il problema era soltanto questo: se mi spingevo fino a dimenticare persino le mani, allora la realtà ben presto tornava a imporsi con grande vigore e determinazione perché, malgrado tutto, qui continuava a esistere.

(…)

(…) “Significa che il tempo aiuta” “Aiuta…? In cosa?” “In tutto”, e ho cercato di spiegargli come è, arrivare in una stazione non proprio lussuosa ma nel complesso accettabile, pulita e graziosa, dove solo lentamente, col succedersi del tempo, tappa dopo tappa ti si chiarisce tutto quanto. Quando hai superato la prima tappa, quando sai di averla passata, già ti si presenta la prossima. Quando poi sei arrivato a conoscere tutto, allora hai anche compreso tutto. E mentre comprendi tutto, non rimani certo inattivo: già sistemi le cose nuove, vivi, agisci, ti muovi, adempi le continue richieste di ogni tappa successiva. Se però non ci fosse questa successione nel tempo e tutte queste conoscenze si riversassero su di noi in una sola volta, forse la nostra testa non riuscirebbe a sopportarle e nemmeno il nostro cuore.

(…)

(…) “Ma cosa avremmo potuto fare?!”  (…) niente, naturalmente; oppure qualunque cosa, che sarebbe stato altrettanto irragionevole quanto il non aver fatto niente, è naturale, naturale come sempre.

(…)

(…) non si può cominciare una vita nuova ma soltanto proseguire quella vecchia. Io e nessun altro ho fatto i miei passi e, aggiungo, con rettitudine. (…) Volevano forse che tutta la mia rettitudine e tutti i miei passi pregressi perdessero il loro significato? Perché questo repentino cambiamento dell’animo, perché questa riluttanza, questo rifiuto di voler comprendere: se esiste un destino, allora la libertà non è possibile; se però – ho continuato – la libertà esiste, allora non esiste un destino, il che significa che noi stessi siamo il destino. (…)  Non potevano togliermi tutto, almeno questo dovevano cercare di capirlo; non era ammissibile che non mi venisse concesso né di essere vincitore né vinto, né causa né effetto, né di sbagliare né di avere ragione.

(…)

Io ci sono e so bene che, pur di poter vivere, il prezzo che pago è di accettare qualunque punto di vista.
(…) proseguirò la mia vita che non è proseguibile.
(…) non esiste assurdità che non possa essere vissuta con naturalezza e sul mio cammino, lo so fin d’ora, la felicità mi aspetta come una trappola inevitabile. Perché persino là, accanto ai camini, nell’intervallo tra i tormenti c’era qualcosa che assomigliava alla felicità. Tutti mi chiedono sempre dei mali, degli “orrori”: sebbene per me, forse, proprio questa sia l’esperienza più memorabile. Sì, è di questo, della felicità dei campi di concentramento che dovrei parlare loro, la prossima volta che me lo chiederanno.

“Essere senza destino”  Imre Kertész
 Feltrinelli Editore
traduzione: Barbara Griffini

Il libro dell’inquietudine (I)

Posted in Pessoa with tags on 27 novembre 2010 by FrammentAria

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9  (27)   
     La mia anima è una misteriosa orchestra; non so quali strumenti suoni e strida dentro di me: corde e arpe, timballi e tamburi. Mi conosco come una sinfonia.

10 (28) – 1.12.1931 –
     All’improvviso oggi ho dentro una sensazione assurda e giusta. Ho capito, con una illuminazione segreta, di non essere nessuno. Nessuno, assolutamente nessuno. Nel balenìo del lampo quella che avevo creduto essere una città era una radura deserta; e la luce sinistra che mi ha mostrato me stesso non ha rivelato nessun cielo sopra di essa. Sono stato derubato dal poter esistere prima che esistesse il mondo. Se sono stato costretto a reincarnarmi, mi sono reincarnato senza di me, senza esseremi reincarnato.
     Io sono la periferia di una città inesistente, la chiosa prolissa di un libro non scritto. Non sono nessuno, nessuno. Non so sentire, non so pensare, non so volere. Sono una figura di un romanzo ancora da scrivere, che passa aerea e sfaldata senza aver avuto realtà, fra i sogni di chi non ha saputo completarmi.
     Penso in continuazione, sento in continuazione; ma il mio pensiero è privo di raziocinio, la mia emozione è priva di emozione! Da una botola situata lassù, sto precipitando per lo spazio infinito, in una caduta senza direzione, infinitupla e vuota. La mia anima è un maèlstrom nero, una vasta vertigine intorno al vuoto, un movimento di un oceano senza confini intorno ad un buco nel nulla, e nelle acque, che più che acque sono turbini, galleggiano le immagini di ciò che ho visto e sentito nel mondo: vorticano case, volti, libri, casse, echi di musiche e spezzoni di voci in un turbine sinistro e senza fondo.
     E io, proprio io, sono il centro che esiste sotlanto per una geometria dell’abisso; sono il nulla intorno a cui questo movimento gira, come fine a se stesso, con quel centro che esiste solo perché ogni cerchio deve possedere un centro. Io, proprio io, sono il pozzo senza pareti, il centro del tutto con il nulla intorno.
     (…)
     Poter saper pensare! Poter saper sentire!
     (…)

12 (67) – 20.6.1931 –
     Questa è una giornata nella quale mi pesa, come un ingresso in carcere, la monotonia di tutto. Ma la monotonia di tutto non è altro che la monotonia di me stesso. Ciascun volto, anche lo stesso che abbiamo visto ieri, oggi è un altro, perché oggi non è ieri. Ogni giorno è il giorno che è, e non ce n’è mai stato un altro uguale al mondo. L’identità è solo nella nostra anima (l’identità sentita con se stessa, anche se falsa), attraverso la quale tutto si somiglia e si semplifica. Il mondo è cose staccate e spigoli distinti; ma se siamo miopi, essa è una nebbia insufficiente e continua.
     Il mio desiderio è fuggire. Fuggire da ciò che conosco, fuggire da ciò che è mio, fuggire da ciò che amo. Desidero partire: non verso le Indie impossibili o verso le grandi isole a Sud di tutto, ma verso un luogo qualsiasi, villaggio o eremo, che possegga la virtù di non esser questo luogo. Non voglio più vedere questi luoghi, queste abitudini e questi giorni.
Voglio riposarmi, da estraneo, dalla mia organica simulazione.(…)
(…)Tutto è noi e noi siamo tutto; ma a che serve questo, se tutto è niente? Un raggio di sole, una nuvola il cui passaggio è rivelato da un’improvvisa ombra, una brezza che si leva, il silenzio che segue quando essa cessa, qualche volto, qualche voce, il riso casuale fra le voci che parlano: e poi la notte nella quale emergono senza senso i geroglifici infranti delle stelle.

15 (20)  – 30.12.1932 –
    
Da quando le ultime piogge hanno lasciato il cielo e si sono fermate in terra – cielo pulito, terra umida e tersa – la chiarità della vita che insieme all’azzurro è salita in alto e, nella freschezza per l’acqua che è stata, ha gioito in basso, ha lasciato un suo cielo nell’anima, una sua freschezza nel cuore.
     Siamo, anche se non lo vogliamo, schiavi del momento, dei suoi colori e delle sue forme, sudditi del cielo e della terra. Perfino colui che più si rintana nello stesso modo quando piove o quando il cielo è sereno. Oscure mutazioni, forse avvertite solo nell’intimo dei sentimenti astratti, si verificano perché piove o perché ha smesso di piovere, si avvertono senza che le avvertiamo, perché senza sentirlo abbiamo sentito il tempo.
     Ognuno di noi è più di uno, è molti, è una prolissità di se stesso.
(…)

26 (24)
     Alla fine di questa giornata rimane ciò che è rimasto di ieri e ciò che rimmarrà di domani; l’ansia insaziabile e molteplice dell’essere sempre la stessa persona e un’altra.

Livro do Desassossego por Bernardo Soares

“Il libro dell’inquietudine di Bernardo Soares” Fernando Pessoa –  Feltrinelli Editore
traduzione: Maria José De Lancastre e Antonio Tabucchi

 (CONTINUA QUI)

Memoriale del convento

Posted in Saramago with tags on 2 novembre 2010 by FrammentAria

Don Giovanni, quinto del nome nella successione dei re, andrà questa notte in camera di sua moglie, donna Maria Anna Giuseppa, che è giunta da più di due anni dall’Austria per dare infanti alla corona portoghese e fino ad oggi non ce l’ha fatta a ingravidare.

[…]

(…) il mondo è felicemente pazzo dacché è nato.

[…]

(…) lui probabilmente stava a rimirare le femmine che passavano, a indovinare se erano inglesi e di facili costumi, un uomo ha bisogno di fare la sua provvista di sogni.

[…]

(…) perché occhi come questi non si sono mai visti, chiari di grigio, o verde o azzurro, che variano con la luce di fuori o con il pensiero di dentro, e a volte diventano neri notturni o bianchi brillanti come screziato carbone di pietra.

[…]

(…) So che lo so, non so come lo so, non fare domande alle quali non posso rispondere, (…)

[…]

          Tuttavia poiché il riso abita tanto accosto alla lacrima, lo sfogo così vicino all’ansia e il sollievo tanto prossimo alla paura, trascorrendo in tal guisa la vita delle persone e delle nazioni, ecco che João Elvas racconta a Baltasar Sette-Soli, l’amena vicenda bellica della marina di Lisbona armatasi, da Belém a Xabregas, nello spazio di due giorni e di due notti, mentre contemporaneamente a terra i reggimenti e la cavalleria si mettevano in posizione di combattimento in quanto era corsa nuova che stava venendo un’armata francese a conquistarci, ipotesi in cui qualunque nobiluomo, o qualsiasi plebeo, sarebbe divenuto un Duarte Pacheco Pereira e Lisbona una nuova piazza di Diu, senonché alla fine l’armata d’invasione si era tramutata in una flottiglia di baccalà, che proprio ci mancava, come non si tardò pooi a vedere dall’appetito. E se i ministri appresero la notizia con un sorriso a mezza bocca ei soldati abbandonarono armi e cavalli con un sorriso amaro, alte e strepitose furono le sghignazzate del volgo, così alleggerito da non poche vessazioni. In fin dei conti, peggio della vergogna di aspettare il francesce e veder arrivare il baccalà, sarebbe stato far conto sul baccalà e veder arrivare il francese.
          Sette-Soli concorda, ma si immagina nella pelle dei soldati che aspettavano la battaglia, sa come batte il cuore in quei momenti, che ne sarà di me, chissà se di qui a poco sarò ancora vivo, un uomo si sublima elevandosi all’altezza della possibile morte e poi gli vengono a dire che stanno scaricando balle di baccalà alla Ribeira Nova, se i francesi vengono a sapere del quiproquo, chissà che risate si faranno alle nostre spalle. Baltasar sente quasi quasi nostalgia della guerra, ma si ricorda di Blimunda e si avventura a voler appurare di che colore sono i suoi occhi, è una guerra cui va contro la sua stessa memoria, che gli ricorda tanto un colore come un altro, anche i suoi propri occhi non riescono a decidere che colore di occhi stanno vedendo quando li hanno davanti. In questo modo si è dimenticato della nostalgia che stava per provare e risponde a (…)

[…]

(…) non resta altro che un tenue ricordo, piccola brezza di ciò che fu vento d’orgoglio, (…)

[…]

          Ma Giovanni V dovrà contentarsi di una femminuccia. Non si può sempre avere tutto, quante volte chiedendo questo si ottiene quello, che sta qui il mistero delle orazioni, noi le lanciamo verso il cielo con un’intenzione che è nostra, ma loro si scelgono un cammino proprio, alle volte si attardano per lasciarne passar altre che son partite dopo, e non è raro che alcune si accasino, nascendo in tal modo orazioni spurie o meticce, che non conoscono né padre né madre, che quando gli va litigano, si permano per la strada a discutere le loro contraddizioni, ed è perciò che si è chiesto un maschietto ed è venuta una femminuccia, sana e robusta se Dio vuole, e di buoni polmoni, come si arguisce dagli strilli.

[…]

          Essendo così scarsi i loro averi, un viaggio è bastato per trasportare, sulla testa di Blimunda e sulle spalle di Baltasar, il fagotto e il fardello a cui tutto si è ridotto. Hanno riposato qui e là per strada, silenziosi, né avevano di che dire, se perfino una parola è di troppo quando è la vita che sta cambiando, molto di più che se siamo noi che cambiamo in essa. Quanto alla leggerezza del fardello, così dovrebbe essere ogni volta che uomo e donna portano con sé ciò che hanno, e che ciascuno di loro si porti dentro lìaltro, per non dover ritornare sui loro passi, è sempre tempo perduto e basta.

[…]

          Dovrebbe bastar qusto, dire di uno come si chiama e aspettare il resto per sapere chi è, se mai lo sapremo, poiché essere non significa essere stato, essere stato son significa sarà, (…)

[…]

          Quando Baltasar entra in casa, sente il parlottare che viene dalla cucina, è la voce della madre, la voce di Blimunda, ora l’una, ora l’altra, appena si conoscono e hanno tanto da dire, è la grande, interminabile conversazione delle donne, sembra cosa da niente, questo pensano gli uomini, neppure loro immaginano che è questa conversazione che trattiene il mondo nella sua orbita, se non ci fossero le donne che si parlano tra loro, gli uomini avrebbero già perso il senso della casa e del pianeta, (…)

[…]

          Oltre alla conversazione delle donne sono i sogni che trattengono il mondo nella sua orbita. Ma sono ancora i sogni che gli fanno una corona di lune, per questo il cielo  è lo splendore che c’è dentro la testa degli uomini, a meno che non sia la testa degli uomini il vero e unico cielo.

[…]

Sappiamo già che di questi due si amano le anime, i corpi e le volontà, però mentre sono coricati assistono le volontà e le anime al piacere dei corpi, o forse vi si attaccano di più per prender parte al piacere, è difficile sapere che parte ci sia in ogni parte, se ci sta perdendo o guadagnando l’anima quando Blimunda alza le gonne e Baltasar slaccia le braghe, se ci sta guadagnando o perdendo la volontà quando entrambi sospirano e gemono, se il corpo è vincitore o vinto quando Baltasar riposa in Blimunda e lei fa riposare lui, riposandosi entrambi. Questo è il miglior odore del mondo, quello della paglia smossa, dei corpi sotto la coperta, l’odore del freddo che entra attraverso le fessure de pagliaio, forse l’odore della luna, tutti sanno che la notte ha un altro odore con il chiardiluna, (…)

[…]

(…), gli correvano le mani sulla tastiera come una barca infiorata sulla corrente, trattenuta qua e là dai rami che dalle sponde si inclinano, ora velocissima, poi ondeggiando sulle acque dilatate di un lago profondo, (…)

[…]

(…), è un difetto comune degli uomini, di dire più facilmente quello che credono che gli altri vogliono sentire piuttosto che attenersi alla verità, Tuttavia,  perché gli uomini possano attenersi alla verità, dovranno prima conoscere gli errori, E commetterli, Non saprei rispondere alla domanda con un semplice sì o un semplice no, ma credo nella necessità dell’errore.

[…]

(…), ma in questo modo l’uomo non è libero di credere di abbracciare la verità e di trovarsi avvinto nell’errore, (…)

[…]

          Ciascuno cerca, per la propria strada, la grazia, quale cosa essa sia, un semplice paesaggio con un po’ di cielo sopra, un’ora al giorno o della notte, due alberi, un mormorio, senza che sappiamo se ocn ciò si chiude il cammino o se finalmente esso si apre, e verso dove, verso un altro paesaggio, o ora, o albero, o mormorio, (…)

[…]

(…) benedetta sia tu, notte, che copri e proteggi il bello e il brutto con la medesima indifferente cappa, notte antichissima e identica, vieni.

[…]

          Dicono che il regno è malgovernato, che non c’è giustizia e non si accorgono che la giustizia c’è come deve esservi, con la sua benda sugli occhi, la sua bilancia e la sua spada, che altro vorremmo, ci mancherebbe proprio che fossimo noi i tessitori della fascia, i verificatori dei pesi, gli armigeri del taglio, costantemente intenti a rammendare i buchi, ad aggiustare le cadute, a rifare il filo alla spada e infine a chiedere al giustiziato se è contento della giustizia che si si fa, vinta o persa che sia la causa.

[…]

          Non chiediamo mai se ci può essere giudizio nella follia, ma diciamo pure che di matto ne abbiamo tutti una punta.

[…]

(…) se non ci fosse tristezza né miseria, se ovunque scorressero acque sulle pietre, se cantassero gli uccelli, la vita potrebbe essere solo starsene seduti in mezzo all’erba, tenere in mano una margherita senza strapparle i petali, perché le risposte si conoscono già, oppure sono così poco importanti che scoprirle non vale la vita di un fiore.

[…]

Si fa sera, non c’è vento, né brezza, né alito, la pelle sente il sospiro dell’aria come un’altra pelle, non c’è alcuna differenza tra Baltasar e il mondo, tra il mondo e Blimunda che differenza potrebbe esserci.

[…]

(…) e quanto più si prolungherà la tua vita, tanto più vedrai che il mondo è come una grande ombra che passa dentro al nostro cuore, per questo il mondo diventa vuoto e il cuore non resiste.

[…]

(…) sono come i falò, passa la gran fiammata, rimangono le ceneri, finisce l’esaltazione, rimane la malinconia.

[…]

          Il tempo, a volte, sembra che non passi, è come una rondine che fa il nido sulla grondaia, esce ed entra, va e viene, ma sempre sotto i nostri occhi, potremo pensare, noi e lei, di potercene rimanere così per l’eternità, o almeno per mezza eternità, che già non sarebbe male. Ma, d’improvviso, c’era e non c’è più, l’ho vista proprio ora, dov’è andata a finire, e se abbiamo a portata di mano uno specchio, Gesù com’è passato il tempo, come sono invecchiato, ancora ieri ero il fiore del rione, e oggi niente più rione né fiore.

[…]

          E’ quel che sento dentro di me, Cosa senti tu dentro di te, Che nessuno si salva, che nessuno si perde, E’ peccato pensare così, Il peccato non esiste, c’è solo la morte e la vita, La vita è prima della morte, Ti sbagli Baltasar, la morte viene prima della vita, è morto chi siamo stati, nasce chi siamo, è per ciò che non moriamo per sempre, E quando andiamo sotto terra, e quando Francisco Marques resta schiacciato sotto il carro della pietra, non è forse questa morte senza rimedio, Se parliamo di lui, Francisco Marques nasce, Ma lui non lo sa, Proprio come noi non sappiamo abbastanza chi siamo, eppure siamo vivi.

[…]

Allora Blimunda disse, Vieni. Si distaccò la volontà di Baltasaar Sette-Soli, ma non salì alle stelle, se alla terra apparteneva e a Blimunda.

“Memoriale del convento” José Saramago – Feltrinelli 
traduzione: Rita Desti e Carmen M. Radulet

Il valzer degli addii

Posted in Kundera with tags on 14 ottobre 2010 by FrammentAria

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     E’ l’inizio dell’autunno e gli alberi si colorano di giallo, di rosso, di marrone; la piccola stazione termale al centro dell’amena vallata sembra stretta da un incendio.

(…)

“In questo paese la gente non apprezza il mattino. Si fanno svegliare di prepotenza da una sveglia che spezza il sonno come un colpo di scure e si abbandonano subito a una fretta funesta. Mi dica lei come può andare una giornata che comincia con un simile atto di violenza! Cosa può esserne di persone che giornalmente ricevono, per mezzo di una sveglia, un piccolo elettroshock? Ogni giorno che passa si abituano alla violenza e disapprendono il piacere. Mi creda, è il mattino che decide del temperamento di un uomo”.

(…)

Altrimenti potrà vivere solo a metà, vivere come uno che non sa nuotare e sguazza a due passi dalla riva benché il vero mare sia solo dove non si tocca.

(…)

     La guardava e gli sembrava irreale. Quella donna, di cui era incapace di ricordare i tratti quando ne era lontano, gli appariva adesso come la sua condanna a vita. (Come tutti noi, anche Klima riteneva reale solo quello che entra nella nostra vita dal di dentro, gradualmente, in modo organico, mentre quello che arriva dal di fuori, di colpo e in modo fortuito, lo percepiva come un’invasione dell’irreale. Disgraziatamente non c’è nulla di più relae di questa irrealtà!).

(…)

     Che cosa le aveva detto quell’uomo? Che partiva per sempre. Una lunga e sommessa nostalgia le strinse il cuore. Nostalgia non solo di quell’uomo, ma anche dell’occasione perduta. E non solo di quell’occasione in particolare, ma dell’occasione come tale. Rimpiangeva tutte le occasioni che aveva perso, che aveva lasciato passare, alle quali si era sottratta, persino quelle che non aveva mai avuto.
     Quell’uomo le aveva detto di aver sempre vissuto come un cieco senza neanche sospettare l’esistenza della bellezza. Lo capiva. Per lei era stato lo stesso. Anche lei viveva nella cecità. Non vedeva che un unico essere illuminato dal violento riflettore della gelosia. E se quel riflettore si fosse spento all’improvviso? Nella luce diffusa del giorno sarebbero comparsi migliaia di altri esseri umani e l’uomo che fino a quel momento lei aveva creduto l’unico uomo al mondo sarebbe diventato uno dei tanti.
     Teneva il volante, si sentiva bella e sicura di sé, e continuava nelle sue riflessioni: Era proprio amore il sentimento che la teneva legata a Klima o era soltanto la paura di perderlo? E se quella paura era stata all’inizio una ansiosa forma di amore, non era possibile che col passare del tempo l’amore (stanco e spossato) fosse evaporato da quella forma? E che le fosse rimasta soltanto la paura, la paura senza l’amore? E che cosa sarebbe rimasto se avesse perso quella paura?

(…)

                                                   Poi, sotto le luci della pensilina, uscirono tutti e quattro dalla stazione.

Scritto in Boemia nel 1972

 

“Il valzer degli addii”  Milan Kundera –
 Adelphi Edizioni – traduzione di Serena Vitale

Funes, la memoria in persona

Posted in Borges with tags on 3 giugno 2010 by FrammentAria

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Lo ricordo (non ho il diritto di pronunciare questo verbo sacro, soltanto un uomo sulla terra ha avuto questo diritto e quell’uomo è morto) con una scura passiflora in mano, vedendola come nessuno l’ha veduta, quand’anche l’avesse guardata dal crepuscolo del giorno fino a quello della sera, per tutta un’intera vita. Lo ricordo, il volto taciturno del colore degli indigeni e singolarmente remoto, dietro la sigaretta.

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Mi disse che prima di quella sera piovosa in cui il focoso alipede lo revesciò, egli era stato quello che sono tutti i cristiani: un cieco, un sordo, uno stordito, uno smemorato. Diciannove anni aveva vissuto come uno che sogna: guardava senza vedere, udiva senza sentire, dimenticava tutto, quasi tutto. Nel cadere aveva perduto conoscenza; quando la recuperò, il presente era quasi insostenibile tanto era ricco e nitido, e anche i più antichi e più comuni ricordi.

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Noi, con un’occhiata, percepiamo tre bicchieri sopra un tavolo. Funes tutti i virgulti e i grappoli e i frutti di tutta una pergola. Sapeva le forme delle nubi australi dell’alba del trenta aprile del 1882 e poteva paragonarle nel ricordo con le venature di un libro rilegato in pelle che aveva guardato una volta sola e con le linee della spuma sollevata da un remo nel Rio Negro la vigilia dell’ìimpresa di Quebracho. 

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Mi disse: Ho più ricordo io solo di quanti ne abbiano avuto tutti gli uomini da che mondo è mondo. E anche: I miei sonni sono come per voi l’esser desto. E verso l’alba, disse ancora: La mia memoria, signore, è come uno smaltitoio di rifiuti.

(…)

Effettivamente Funes ricordava non soltanto ogni foglia di ogni albero di ogni monte, ma ciascuna delle volte che l’aveva veduta o immaginata.

(…)

Funes scorgeva senza interruzione i quieti progressi della corruzione, delle carie, della fatica. Osservava i procedimenti della morte, dell’umidità. Era il solitario e lucido spettatore di un mondo multiforme, istantaneo e quasi insopportabilmente esatto. (…) Gli era difficilissimo dormire. Dormire è distrarsi dal mondo; Funes supino nella brandina, nell’ombra, si raffigurava ogni crepa e ogni modanatura delle singole case che lo circondavano.

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Aveva imparato senza sforzo l’inglese, il francese, il portoghese, il latino. Sospetto, tuttavia, che non fosse molto capace di pensare. Pensare è dimenticare le differenze, è generalizzare, è astrarre. Nel gremito mondo di Funes vi erano soltanto particolari quasi immediati.

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Pensai che ogni mia parola (che ogni mio gesto) sarebbe durata nella sua implacabile memoria; mi trattenne il timore di moltiplicare sembianze inutili.
     Ireneo Funes morì nel 1889, di una congestione polmonare.

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(“Funes, la memoria in persona”   Jorge Luis Borges)

frammenti tratti da “Lantologia personale di BORGES”  Longanesi & C. ediz. del 1967 – traduzione di Maria Vasta Dazzi